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RITRATTI
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Il carattere della architettura di Fernando Tavora, Alvaro Siza e Eduardo Souto de Moura nelle fotografie di Alessandra Chemollo


L’animale, per costruire, compie azioni proprie come atti inevitabili. L’uomo, per costruire, deve predeterminare azioni altrui e comunicarle. Nello scarto tra la determinazione a costruire e l’azione costruttiva, ovvero nel luogo esatto del progetto, il tempo come flusso di vissuto Ë sospeso, sostituito dalla memoria di vite accadute e dalla prefigurazione di vite possibili.
Memoria e prefigurazione hanno, in architettura, una guida sicura: le forme architettoniche assunte nel tempo dalla necessità umana del costruire. Le forme concrete della architettura, testimoni della misura umana, saldano memoria e prefigurazione in un legame circolare forse non dissolubile. All’inseguirsi delle figure materiali che il vivere dell’uomo ha assunto nel tempo con le figure che il vivere dell’uomo potr‡ assumere, di nuovo, nel tempo, sfugge inevitabilmente l’attimo, l’attualità del vivere, forza minacciosa e distruttiva per le forme dell’architettura, eppure loro ragione profonda e fondamento primo.
Ciò che rende preziosa, e difficile a comprendersi pienamente per la odierna mentalità, l’architettura di Fernando Tavora, Alvaro Siza e Eduardo Souto de Moura, nella loro profonda diversità, è il comune tentativo di conservare, nel luogo del progetto e del suo farsi, una lucida coscienza, se non la reale presenza, di una vita attuale e immediata. Ognuno di loro ha una diversa strategia per evocare il presente in una disciplina le cui materie prime sono il passato e il futuro. Per descriverla, poichè siamo in un libro di immagini, immaginiamo.
Il primo siede, apparentemente tranquillo e distratto, nell’ora esatta e nel preciso luogo del progetto; Ë entrato senza che ce ne accorgessimo, non sappiamo quando, ma la sua presenza ci appare ovvia, forse già c’era e non lo avevamo notato. Senza volere iniziamo a passeggiare con lui, ci sentiamo compagni di viaggio, entrambi in scoperta, ma comprendiamo bene, dal suo sguardo ironico, che è già stato lÏ molte volte, in un tempo precedente, ha parlato già con tutti e conosce ogni cosa. Sentiamo che nulla di ciò che faremo o diremo lo stupirà, perchè non sarà molto diverso da quanto ha già visto accadere. E se lo stupirà ne avremo un ennesimo sorriso di ironia e comprensione.
Il secondo entra nel luogo del progetto con irruenza, difficile non notarlo. Senza mai fermarsi, cammina e osserva, osserva e cammina, e a causa del suo costante movimento il luogo si trasforma davanti ai nostri occhi. Molti dei suoi percorsi li riconosciamo, potrebbero essere i nostri e lo seguiamo, altre volte si aprono prospettive inattese che ci attirano oltre la comune percezione. Non lo sentiamo nemico ma certo non ci illudiamo di poter tenere il suo passo. Anche lui non potremo stupire con alcun gesto, perchè ha già pensato ogni gesto possibile e se ne faremo uno nuovo, sarà pronto ad averlo già pensato.
Il terzo arriva serio, apparentemente molto sicuro di sè, un libro di filosofia sotto il braccio (ma avvolto in un giornale per nasconderlo), una macchina fotografica al collo, cerca un modo per non essere notato ma la sua eleganza non passa inosservata. La sua educazione lo porta a non chiedere, ma la nostra vita lo incuriosisce e con la coda dell’occhio ci osserva. Più che stupirlo, vorremmo avere la sua eleganza e c’è un leggero imbarazzo. Ma, guardandosi intorno in tralice, lui ha scorto, accanto al primo dei tre, un altro se stesso, che era già lì, con sassi pesanti e sporchi a deformargli la giacca elegante, intento a parlare e parlare con il primo di temi a tutti e due noti da tempo. Al termine della conversazione sarà difficile stupire anche lui.
Nel luogo del progetto sopraggiunge, infine, un fotografo. Il suo compito consiste nel descrivere le forme dell’architettura, non certo l’agitata vita dell’edificio nel tempo, e tanto meno lo strano comportamento dei nostri tre personaggi. E’ un compito anomalo per un fotografo, a ben pensare: l’immagine istantanea al servizio di memoria e prefigurazione. Farà ciò che deve e, alla fine, le forme saranno lì, sulla carta, fissate. Ma le forme, al fotografo, non bastano, vuole il fluire del tempo, le persone che attraversano, le ombre che trasfigurano, le nuvole che cambiano il carattere dei luoghi. Più di tutto, però, vuole il ritratto dei tre personaggi, vuole il racconto del loro diverso aggirarsi sul luogo del progetto (e solo alla fine avrà il coraggio di fotografare davvero uno dei tre, l’unico possibile, il primo, mentre passeggia in un luogo figlio del suo progetto). Per ottenere ciò che vuole, anche il fotografo ha una strategia. Nell’attimo dello scatto, della meccanica che inevitabilmente conclude la ricerca dello sguardo e fissa, per memoria e prefigurazione, una forma, la macchina viene lasciata sola, e lo sguardo del fotografo puntato nuovamente sull’aperto, a inseguire il flusso dell’accadere. Il momento di solitudine della macchina - con l’esercizio visivo che lo prepara e consente tale gesto di abbandono, di autonomia dello strumento di rappresentazione e di accettazione dell’alea nella fissità della immagine. E forse il momento in cui si apre uno squarcio sulla scena del progetto grande quanto basta per cogliere, oltre alle forme della architettura, il ritratto di tre architetti diversi e simili, restituito in immagini simili e diverse.


Giovanni Leoni, febbraio 2006

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