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Alessandra Chemollo è tra i fotografi di architettura più qualificati e impegnati della nuova generazione italiana. Il che è comprovato non meramente dalle prestigiose collaborazioni instaurate in quasi vent’anni di attività sia con studiosi e progettisti di chiara fama (Francesco Dal Co, Manfredo Tafuri, Gino Valle, Francesco Venezia ecc.) sia con le principali riviste specializzate (“Area”, “Casabella”, “Domus” ecc.), ma anche e soprattutto dalla varietà di un portfolio che di per sé, con la propria discontinuità tematica, contesta la specializzazione imposta dal mercato pubblicistico; spaziando senza inibizioni dall’architettura storica a quella contemporanea e praticando liberamente i margini dell’antinomia fotografia professionale/fotografia artistica. Per lo più, infatti, le inquadrature delle fotografie esposte nella mostra allestita presso La Limonaia di Villa Fidelia, concernenti opere di Álvaro Siza, Eduardo Souto de Moura e Fernando Tàvora, non omettono le testimonianze ambientali, perché è in esse che l’architettura attinge linfa vitale, e non restituiscono visioni desertiche, perché solo la misura umana garantisce la piena comprensione compositiva: veri e propri ritratti architettonici segnati da componenti insolite, quali la climax crepuscolare e il posizionamento del punto di vista ad altezza d’uomo, che rivendicano l’anima atlantica e l’attenzione per la quotidianità proprie della scuola portoghese. Con una padronanza, nella contaminazione tra programmazione e occasionalità, che presenta evidenti valenze didattiche. Non a caso l’iniziativa promossa dalla Provincia di Perugia è integrata da una conferenza interna al corso di “Disegno automatico” acceso nella Facoltà di Ingegneria dell’ateneo perugino. L’auspicio è che la straordinaria sensibilità interpretativa di Alessandra Chemollo contribuisca a sradicare un fraintendimento sempre più ricorrente nelle generazioni dell’era elettronica, spesso inclini a confondere il mezzo con il fine. Perché, dietro all’obiettivo di una macchina fotografica così come davanti al monitor di un computer, “l’occhio vede quello che la mente conosce”.


Paolo Belardi
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