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Un turista a Porto Marghera
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Ho cominciato a guardare Venezia da Porto Marghera. Può sembrare azzardato iniziare una riflessione su Porto Marghera partendo dalla città che le sta di fronte, ma questo pensiero sotterraneo e non sempre cosciente mi ha accompagnato fin da quando, alcuni anni fa, questo progetto mosse i suoi primi passi; e non soltanto perchè nel pensiero e nelle dichiarazioni di coloro che lo vollero il doppio filo che lega Venezia a Porto Marghera è stata la causa del suo nascere, ma anche perchè ciascuna delle due riflette un’immagine di realtà così consolidata dentro di noi da apparire immutabile.
Ci sono luoghi a cui immediatamente, anche senza averli mai visti, associamo delle immagini che diventano i luoghi stessi: Venezia è uno di questi luoghi, ardui per il pensiero, provvida com’è di promesse, di suggestioni e di diversità. Ma come avrei dovuto rendermi conto ben presto anche una grande area industriale, fisicamente più appartata e realmente meno conosciuta, un’area marginale benchè di vastissime proporzioni, ha già il suo patrimonio genetico di immagini che ci portiamo dietro da gran tempo.
Fin dal principio la non concordanza tra l’immagine di realtà proveniente da questo “patrimonio genetico” e l’immagine di realtà che andavo sperimentando nelle mie peregrinazioni per Porto Marghera mi apparve uno degli scogli più difficile da affrontare. Ho cominciato così a lavorare su Porto Marghera con l’intento di andare a toccare con mano quella realtà che i miei nonni e i miei padri hanno sognato e costruito cinquanta, cento anni fa, ma che per me, che questa realtà l’ho direttamente ereditata, è lontana quanto lontane sono le Piramidi. Mi sono così trovato di fronte a Porto Marghera come di fronte alle Piramidi o, meno esoticamente, come di fronte a Venezia: di fronte cioè ad un mondo la cui rappresentazione non è più affidata a chi lo abita ma a chi, in ogni tempo, lo osserva dalla frontiera del suo presente, cioè fuori dal tempo e dal pensiero che lo ha generato.
Strana è la sorte di Porto Marghera: nata con l’intento di non escludere Venezia dalle nuove realtà economiche e sociali che l’inizio di questo secolo aveva pesantemente posto sul piatto della bilancia, nata quindi da una necessità di sopravvivenza, trasformatasi nel più mortale nemico della città che l’aveva generata è ora ai miei occhi, splendidamente distesa di fronte a Venezia a chiudere il suo orizzonte verso terra, il ritratto di Dorian Gray sulla scala di un paesaggio, di una città che dal nostro presente non siamo più in grado di pensare. Fotografare Porto Marghera è fotografare le Venezie dei nostri giorni: forse un giorno non lontano comitive di turisti sciameranno tra fabbriche e ciminiere come oggi sciamano tra le calli o intorno alle Piramidi.


Fulvio Orsenigo
Scritto per il catalogo della mostra
Venezia_Marghera, XLVII Biennale d'Arte, Venezia 1997
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