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Di lato e a margine, di spalle, in attesa e in movimento, in posa e senza posa, davanti a uno spigolo, pudicamente; talvolta sgradevole e tal altra inquietante; provocatoriamente: mai in termini consolatorii né enfatici. Entra ed esce con colpi d’occhio nitidi come litografie o sfumati e sfocati per un movimento repentino. Eppure, senza dubbi né equivoci, riconosciamo materiali, forme, siti, caratteri e fisionomie, antropologie; condizioni e stati d’animo, atmosfere meteo e atmosfere psico, turbolenze e languori, appetiti, curiosità, apatie.
Trasciniamo in giro quel che ci riesce di catturare di una rete di relazioni estesa tra una vigile consapevolezza della storia giù giù fino ai più elementari riflessi pavloviani: tutto ciò ci appare sovente una faticosa condizione esistenziale, un ineludibile imbarazzante cappello a cilindro sul più miserabile degli abiti dozzinali.
Le immagini che qui ci sono proposte paiono proprio seguire i ritmi e i gesti di questa coscienza lacerata, scissa, schizofrenica; ma se lo fanno, una volta ancora, senza enfasi, sanno anche evitare pericolose e diffuse derive trash, truculente, supponenti, denigratorie, giustizialiste.
Sulla superficie delle opere si viene progressivamente delineando il tracciato come di una trama e di un ordito che intreccia sapientemente la vita delle persone e la vita delle pietre, lo spazio mentale dei pensieri dichiarati o nascosti e l’espandersi ectoplasmatico degli spazi, dei vuoti, dei cieli, dei riflessi, delle tinte; da una parte il perdersi in fosforescenti scie policrome di figure in movimento e, dall’altra parte, il fissarsi con nettezza e perentorietà geometrica degli spigolati volumi di una casa o della lineare monodimensionalità di un corrimano; la sublime evocatività di un albero piantato tra lastre di pietra e la ridicola superfuità di qualche arzigogolo architettonico.
Perché non solo, come è noto, non è facile planare nel labirinto di parole e di immagini di questa città, né districarsi nella fitta selva dei segni e dei significati che essa racchiude e incarna, degli equivoci e delle trappole, degli errori e delle delusioni di cui è sommamente gravido il suo grembo; ma accettando di parlarne, di ritrarla, di descriverla e di viverla, di osservarla e rappresentarla, di ignorarla e tradirla, fuggirla, cercarla, dileggiarla, sedurla e farsi sedurre: ecco, in tutto questo, c’è una parte di noi che la modifica e la trasforma senza possibilità di ritorno, definitivamente.
Il campo di forze in cui essa s’invera e di cui vive, si fa attraversare –entro l’apparente apatia di immagini distaccate e ‘oggettive’- da brividi di coscienza e da soprassalti di quotidiano in inaspettate agnizioni: un sito, una veduta, un canale, dei volti; ferite da cui sgorgano brani di umanità allucinata e cornici di vite pacatamente annientate.
Il coraggio di abbandonare terreni solidi quanto scontati potrebbe condurre a una sorta di ebbrezza iconoclasta ovvero a una insidiosa melanconia depressiva; invece: riconosciamo itinerari e scansioni, punti di vista, sovrapposizioni. Ecco: forse questa sovrapposizione-coincidenza e reciproca identificazione tra vite e volti e sagome e positure e incedere e trascinare i piedi e sbarrare gli occhi e guardarsi attorno e lasciarsi andare e riprender vigore; la coincidenza perfetta, quindi, tra tutto questo e il paesaggio urbano e gli oggetti e le passerelle e gli schizzi di pioggia e la bitta d’un vaporetto e una finestra una casa un palazzo una riva una chiesa un turista un campo e un albero e un’onda e un graffito (e addirittura l’orrore degradante di una maschera!) e un ombrello e una impalcatura strappata, restituisce la dimensione dell’umano al di là dei discorsi, della lamentazioni e di improponibili rimpianti.
Non c’è allucinazione, non c’è enfasi, non c’è retorica e non c’è poverismo e minimalismo e sottoesposizione e lagna. Apprezzo questo approccio, come apprezzo gli spazi angusti che si aprono, gli spigoli che si sfiorano, i gomiti che si toccano, l’immobilità di chi attende e la concitazione di chi fugge, la tranquilla naturalezza di chi vive. E di chi maschera con un telo di plastica la impossibilità di continuare ad essere pietre.
Ma non si creda che il punto di vista sia quello voyeristico. Vi è una condivisione solare, dichiarata e condivisa, empatica; e vi sono punti di vista e modi di rappresentare che, fisicamente, allontanano e avvicinano, che definiscono e ritagliano, che evocano e stupiscono nel momento stesso in cui rappresentano e testimoniano. Questa sorta di visionarismo sommesso, di urlo senza suono, è forse ciò che appare meglio circoscrivere la natura e l’anima di questa ricerca, narrarne la genesi e dichiararne le ambizioni: così se il cambio di scala (ad es. dei personaggi, delle figure, rispetto alle architetture e ai fondali) parrebbe porsi come elemento di discontinuità nell’insieme, di fatto esso restituisce credibilità di visione, mutevolezza di gesti e pluralità di sentimenti e di sensazioni. Ciascuno vive ininterrottamente, senza posa e senza posa.


Giandomenico Romanelli
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