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Riappropriazioni
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Vivo da sempre a Mestre, che è un luogo a metà tra Venezia e Marghera. Quand’ero bambina mio nonno mi raccontava del suo lavoro alla Montecatini: ho un ricordo preciso del momento in cui, mettendo la caffettiera sul fuoco, mi disse che era andato in pensione.
Per il resto per molto tempo Porto Marghera è stata per me una cosa lontana, di cui conoscevo il profilo che si staglia sulla laguna e che si vede tutte le volte che da Mestre si va a Venezia, o viceversa. Ne sentivo parlare, ma l’unica immagine che sovrapponevo alle cose che avevo sentito dire era quella, lunare, contrapposta al profilo di Venezia, dall’altra parte del ponte.
Circa dieci anni fa ho cominciato ad aggirarmi nella zona industriale: inizialmente per motivi di lavoro, e poi per qualcosa che sta a metà tra un piacere e un’inquietudine. Qualcosa di vicino, certo, ai motivi romantici del gusto della rovina, ma unito a qualcos’altro di molto affettivo, legato probabilmente a mio nonno e al mio essere cresciuta vicino a questo luogo. Così, quando ho iniziato questo lavoro, le sensazioni sono come venute a galla, e ho cercato di identificarle come si fa quando si cerca di individuare un sapore che ne ricorda un altro, un po’ interrogandomi e un po’ attingendo a risposte che provengono dal caso.
Una di queste mi venne fornita dalle riflessioni di un amico geologo: lui sosteneva che non è vero che l’uomo sta minacciando il mondo, che sta invece minacciando solo la sua vita in questo mondo, che è vecchio migliaia di anni e si rigenererà dalle attuali crisi ambientali, troverà un suo nuovo equilibrio in cui questa breve comparsa del genere umano non lascerà quasi traccia.
Alcuni anni fa venni incaricata di fotografare le Casse di Colmata: isole artificiali costruite negli anni sessanta utilizzando il materiale di scavo del Canale dei Petroli, quello che permette alle navi che entrano in laguna dalla Bocca di Porto di Malamocco di giungere fino al Porto di San Leonardo e in zona industriale. E’ un’area vastissima, piatta a selvatica, popolata da qualche cacciatore e in cui la vegetazione spontanea è il prodotto del lavoro del vento, che ha mescolato i semi di piante esotiche provenienti da qualche giardino alle piante della barena preesistente. Sulle Casse di Colmata avrebbe dovuto sorgere la Terza Zona Industriale, ma il sogno produttivo si è infranto quando i suoi presupposti, uno alla volta, sono venuti meno.
Forse ricordando questi vecchi pensieri, un giorno in cui camminavo in zona industriale fece capolino una prima ipotesi: uno dei motivi della mia fascinazione risiedeva nel mio trovarmi di fronte all’immagine di un sogno infranto: mi venne in mente Con le migliori intenzioni, il bellissimo titolo di un film di Bergman.
Continuavo a girare intorno alle vecchie fabbriche, non potendo entrare, e solo in alcune situazioni riuscivo a vedere o a indovinare cosa c’era al di là del muro. Tutto questo sparirà molto presto senza lasciare traccia: chi vive a Venezia o a Mestre se non ha lavorato qui dentro, Porto Marghera non la conosce, a meno che non ci venga a pescare. La fotografia può servire per fermare questo momento in cui l’immagine delle fabbriche non è quella dell’arroganza produttiva, ma è la testimonianza di un mondo di vinti in cui il tempo ha fatto il suo lavoro.
C’è un atteggiamento particolare che in genere riserviamo a qualche privilegiato: il giudizio viene quasi sospeso, e siamo in grado di leggere causa e reazione insieme, di decodificare gli atteggiamenti come manifestazioni di altro, e questa lettura profonda ci impedisce di mettere etichette alle sensazioni che proviamo e quindi archiviare.
Iniziando a fotografare Porto Marghera, ho cercato il modo che mi permettesse di attuare questra sospensione del giudizio, e non mi veniva naturale farlo, perchè vivo in un periodo in cui l’allarme ambientale divide il mondo in buoni e cattivi. E’ stato allora che mi è venuto in soccorso il pensiero dell’amico geologo, e il suo mondo vecchissimo, capace di guardare da lontano anche questo presente.
Guardando Porto Marghera attraverso questi pensieri, la mia attenzione è stata cattuirata da alcune immagini che mi suggerivano l’idea del trascorrere del tempo, e della vita che approfitta del tempo per trasformare lo stato delle cose.
Ho cercato di avere uno sguardo “geologico”. Ho cominciato così a lavorare sul tema delle “riappropriazioni”:
I piccoli segni di una vita che continua, trasformandosi.

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