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Campi di cemento, capezzagne di ferro e asfalto troppo larghe per camminarvi, a misura d’auto o addirittura oltre. I rari alberi presenti non connettono più cielo e terra, circondati da edifici più alti di loro. Spazi artificiali che ricordano paesaggi americani alla Wim Wenders, ritratti di solitudine metropolitana alla Edward Hopper.
Provo a osservare più da vicino, sempre attraverso le immagini di Alessandra e Fulvio, questo territorio, come se non l’avessi mai attraversato, annusato, usato (non vi ho mai abitato – a differenza di mio padre, vissuto a Mestre da bambino in fuga dalla ‘grande guerra’ – ma sono stata a più riprese una city user, e quindi ne ho sedimentato memorie molteplici e variegate).
Mi confronto con un insieme di luoghi dalla forma sfuggente, sorta di campionario della modernità declinata attraverso i diversi decenni che si sono succeduti nel XX secolo: ecco lì un edificio multipiano con la struttura portante in cemento a vista e le tamponature in mattoni tipico degli anni ’60, un condominio con l’intonaco color anni ’50, una pavimentazione di portico di marmo lucido rifatta negli anni ’80 (ricorda i banconi dei bar chiavi in mano che a Venezia hanno in quegli anni sostituito l’arredo dei più antichi locali, a volte con banchi ancora in legno rivestiti d’ottone o rame), una piazza ripavimentata in porfido negli anni ’90. Tutto è un po’ eguale, un po’ sbiadito, un po’ anonimo: ancorché ordinato, con gli standard in regola, i trasporti pubblici che si possono attendere perché arrivano.
Tra le molte cose che mi colpiscono vi è la dilatazione dello spazio non edificato destinato ai flussi di transito, smisurato rispetto alla dimensione delle persone che lo usano. In gran parte delle strade e piazze gli umani vi appaiono in qualche modo dispersi, chi ha un cane come compagno se lo tiene ben stretto, il vuoto (con automobili o meno) fa un po’ paura.
Non è tuttavia la frenetica Milano, dove tutti corrono, né la trafficata periferia fiorentina, e neppure certi quartieri torinesi nei quali si leggono ancora così chiaramente le stratificazioni sociali. Qui spira un’aria gentile, un meticciato antico, una sottile calma diffusa. La gente s’affretta lentamente, tollera il prossimo, non si rinchiude (per ora) in cittadelle fortificate né esibisce differenze urticanti. Riserve di capitale culturale non esibito, ma messo al lavoro, affiorano qua e là: un sapere antico di rapporto con il diverso, di capacità di riconoscimento e integrazione. Bisanzio e non solo, etruschi, eneti, longobardi, franchi, germanici, e varie genti di mare. In fondo, anche se non lo dà a vedere, Mestre è una città di mare.
Eppure, per coloro che vi migrano per un giorno o per la vita, poche sono oggi le radure-oasi in cui sostare, i luoghi le cui proporzioni sono rimaste umane, le auto non arrivano a penetrare, la memoria dei secoli e il ritmo delle stagioni pulsano ancora, suonano da contrappunto al mestiere di vivere. I portici lì non sono smisurati, ma avvolgono i corpi proteggendoli dal sole, dalla pioggia, da spiriti e paure. Le loro curve sinuose allentano la tensione, uniscono ciò che tagliano. Gli alberi sono più d’uno, si tengono compagnia e inducono gli umani a riflettere sulle mutazioni, sulla caducità, sulle regole di natura.
Umani che s’ingegnano a costruire rifugi, interni nei quali la percezione del fuori, la relazione con l’esterno, è protetta e corretta da molteplici dispositivi.
Macrocosmo pubblico e microcosmo privato. All’assenza di senso riconoscibile del primo, si reagisce addomesticandolo attraverso il secondo: fiori, tende, luci soffuse che contrastano con le luci fredde della città, oggetti a scala umana, minuta, che attenuano il senso di disorientamento provocato dalla visione di superstrade, ferrovie, parcheggi, palazzi multipiano ed enormi spazi vuoti tra questi Chi sceglie di incorniciare il fuori come un quadro, chi di ingentilirlo con una tenda ricamata, con vasi di fiori vivi, con stampe colorate.
Quanti non hanno casa, o la cui casa non costituisce rifugio sicuro, fiutano e a volte trovano dimora temporanea nei frammenti di luoghi in cui la terra ancora respira, parla, consola.
Sono Mestre, queste immagini? Sono una parte significativa del recente passato, del presente e del suo possibile destino.
Materializzano le contraddizioni di Mestre, città assai più antica di quanto normalmente si ritenga, destinata - sembra di poter dire - alla continua trasformazione: che tuttavia potrebbe più spesso interrogare il proprio potente genius loci, anziché svilirlo e camuffarlo sotto mediocri interpretazioni della modernità, dietro omologazioni prive di ruolo rispetto ai destini del mondo.
Queste foto, a chi le sappia guardare, svelano essenza e velo, radici e addobbi, anima e patina. Ce ne fanno quasi sentire l’odore, costruendo un saggio visivo sulla città recente. Occupandomi di città e territorio, delle loro morfologie e dei flussi che le animano, amerei ce ne fossero molti, fotografi intrigati da tali temi; essendo autentici Alessandra e Fulvio sono tuttavia unici, come in fondo (a saperla intuire e rappresentare) potrebbe essere unica anche Mestre.
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