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La soluzione proposta dalla coppia di fotografi Alessandra Chemollo e Fulvio Orsenigo è semplice quanto efficace. Nel senso che permette sia di distinguere i loro singoli interventi, che di ‘mappare’ da due situazioni diverse, da due punti di vista, la città. Interno/fuori, titolo della mostra che, almeno per chi scrive, si presta ad essere inteso anche come sinonimo di spazio privato e luogo pubblico. Lo spazio privato, o il punto di vista privato, sul ‘fuori’, è il soggetto delle fotografie di Alessandra Chemollo.  Una scelta netta a distinguere il suo lavoro, ma ancor di più a sottolineare che una città è fatta dalla percezione che gli abitanti hanno dei suoi spazi, dei suoi ambienti. Una città che è allo stesso tempo perfettamente riconoscibile, come può esserlo un luogo a cui ci si affaccia quotidianamente, e anonima come può esserlo un angolo, un orizzonte urbano che potrebbero essere ovunque. La fotografa ha colto così dello spazio ‘fuori’ sia quello che lo caratterizza come visione privata, sia la sua condizione ubiquitaria, il suo essere qui e altrove. E’ come se apparissero altre città nelle fotografie di Mestre di Alessandra Chemollo, e il suo lavoro nel complesso rivela una sensibilità verso la descrizione dello spazio urbano che caratterizza a livello internazionale una ricerca fotografica particolarmente attenta a cogliere lo sfondo anonimo e globale che avvolge la vita degli abitanti.
Affacciarsi su una terrazza che dà su altre facciate di edifici privi di particolare caretterizzazione, oppure sulle reti di comunicazione (ferrovia, autostrade) che limitano e definiscono il ‘proprio’ orizzonte. Affacciarsi sullo slargo condominiale, sul verde curato di giardini fra edifici. A quel verde corrisponde la piccola porzione di verde e fiori che compaiono su un terrazzino, su un balcone. Il tutto visto dall’ ‘interno’. Cura e anonimia: sembrano questi i tratti che distinguono l’affacciarsi privato sul ‘fuori’. Cura dello spazio individuale: l’attenzione verso le piante in vaso, oppure nella disposizione dei mobili in una stanza o degli oggetti su una scrivania.  Ma non è anonimo anche lo spazio privato, cioè anche questa nostra isola in realtà non sfugge alla sensazione del ‘qui’ come ‘altrove’? In fondo quegli oggetti, quella tipologia di arredo contraddistinguono senza dubbio un modo di vita genericamente occidentale; però è vero che lo spazio interno, quando la fotografia di Alessandra Chemollo lascia intravedere i particolari di una scrivania, di un soggiorno è come se venissero raccontate infinite varianti individuali di quella vita genericamente occidentale;  l’anonimia degli elementi non è più così ubiquitaria e neutra, ed emerge invece ciò che contraddistingue quello spazio privato. Forse è il tono stesso dell’anonimia ad essere il soggetto di queste fotografie; o meglio i suoi gradienti le tonalità diverse che essa assume, fra l’indistinzione delle ‘cose’ e il loro ricombinarsi individuale. Anche il ‘fuori’, visto dall’interno dell’abitazione, in qualche modo si segna. Come se si potesse cogliere, attraverso questa finestra, “il senso dell’indistinzione” (Ugo Volli).
O forse si tratta solo di un abusato luogo comune, commentando immagini di Mestre, parlare di anonimia,  quasi non si potessero elaborare altre metafore, meno abusate. Perché allora non ribaltare questo assunto e proporre un’altra interpretazione e un’altra lettura della città di terraferma completamente opposta? Cercandone i luoghi ‘rappresentativi’. Marcando così quel può definire la sua identità urbana. Ma i luoghi ‘rappresentativi’ sarebbero  in grado di rappresentare effettivamente l’attuale condizione della città di terraferma, oppure rischierebbero di non cogliere quel che invece la sta più profondamente e inavvertitamente modificando? La scelta di Fulvio Orsenigo, nel posizionare la macchina fotografica nella strada – nel mezzo di quel ‘fuori’ che appare dalle finestre di Alessandra Chemollo -, è di ritrarre non quello che caratterizzerebbe  Mestre, cioè la presenza di segni rappresentativi, qualificanti un passato che in parte è già stato oggetto di recupero architettonico. Fulvio Orsenigo sembra volutamente evitare di ritrarre i possibili luoghi identitari della città di terraferma per concentrarsi piuttosto sulla concretezza, al di là dei motivi rappresentativi, della città reale, la città cioè che è ‘qui e altrove’. L’esito di questa scelta minimalista a volte è stupefacente, perchè l’immagine della città che le fotografie restituiscono non toglie nulla alla riconoscibilità del luogo, pur in assenza di segni rappresentativi.  Anzi per chi, come il sottoscritto,  conosce le strade, le piazze, gli slarghi della città di terraferma la sensazione è che gli venga restituita una fotografia estremamente concreta, iperrealistica. La città,  nella pacatezza, anche nella discrezione di questi scatti per la strada, risulta un luogo profondamente mutato. Di questa mutazione parlano le immagini che ritraggono delle persone in pausa dal lavoro, la gente che attende l’autobus, o coloro che passano velocemente dinnanzi ad una vetrina di moda.
Immagini che parlano di una città nella quale le modificazioni nella sfera del lavoro, del consumo, della fruizione dello spazio muteranno probabilmente i modi e i luoghi della sua rappresentazione.
Queste immagini non sembrano dar alcun adito a nostalgie verso un qualche nucleo identitario legato ad una città ‘com’era’ e che dovrebbe essere ‘ritrovata’. Lucide e quasi dolorose immagini di una città contemporanea, di questa città contemporanea. A volte è sufficiente  osservare la gente allo scattare del verde di un semaforo per comprendere come  sia profondamente cambiata la composizione del corpo sociale, oppure basta cogliere il pacato dialogare fra un’anziana signora del quartiere e una donna velata secondo l’abitudine musulmana. Si potrà, e giustamente, osservare che tutto ciò è già accaduto altrove, che sono fenomeni di vasta portata che interessano ad ampio spettro altre realtà urbane occidentali. Verissimo, ma proprio dalla concretezza di questo mutamento, dal suo essere in atto anche ‘qui e ora’ e non solo ‘altrove’, che mi pare provenga l’aspetto forse più toccante di queste immagini prive di ogni retorica rappresentativa.
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