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FOTOGRAFARE UNA CASA
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Se sapessi raccontare una storia con le parole,
non avrei bisogno di trascinarmi dietro
una macchina fotografica.
Lewis Hine

Credo che il mestiere che ho scelto abbia a che fare con il piacere che provo a esplorare quanto si mostra nelle espressioni ed atteggiamenti altrui. Indagare il modo in cui una superficie si increspa lasciando trapelare qualcosa che sembra muoversi sotto, fermare quell'attimo per poterlo riguardare.
Un'attività simile a quella di chi raccoglie indizi, ma lasciandoli agire simultaneamente permettendo loro di comporsi, di farsi immagine; tante cose tutte insieme che prendono forma e restano lì quasi congelate.
Le pelli degli edifici non sono così mobili, ed il processo della rappresentazione richiede in architettura strumenti certamente più complessi. C'è il modo in cui un vuoto diventa spazio, la forma che prende la struttura, la grana delle superfici lambite dalla luce ed il ritmo che le singole voci hanno nell'insieme. Ci sono i colori, il caldo e il freddo dei materiali, il morbido e il duro del vuoto che ci accoglie, le infinite articolazioni di ogni tema.
Ciò nonostante le fortunate occasioni in cui ho potuto vedere e fotografare l'intera opera di un architetto mi hanno sempre restituito l'emozione di entrare nella sua testa, tanto da ritrovarmi ad immaginare con il mio corpo il modo in cui si muoveva il suo.
Ma se progettare una casa è (tra le altre cose) individuare la forma che assume un pensiero, anche abitarla lo è. Una casa è una casa, e vedendone tante, di persone che non si conoscono, ci si abitua (e un po' si apprende) a ricostruire le tracce di ciò che si muove sotto la superficie di chi ci vive. Il problema poi è tenerli tutti insieme questi indizi, lasciando che si diano di per se stessi una forma, con la fiducia magari che questa forma appaia poi, dopo che siamo riusciti a “congelarla”.
Fotografare una casa significa allora separare l'idea che l'ha generata in quanto architettura dalla forma che ha assunto in virtù di chi la abita: spostare quadri, vasi di fiori, fotografie; fermare l'inquadratura appena prima che la tenda sia visibile. E' invasiva la presenza del fotografo: varca il limite dell'intimità con degli sconosciuti, rovista tra le cose, le sposta, potrebbe anche romperle...
D'altronde il più delle volte nemmeno la relazione tra fotografo e architetto è tra le più facili, è difficile concordare le modalità e il livello dell'interpretazione, capire dove finisce la lettura di un testo dato e dove comincia la declinazione di una lingua propria.
Sono rari i casi in cui stabilire questi limiti è facile quanto naturale, rari come incontrare qualcuno con cui la comprensione su questioni fondamentali è scontata.
Le case che gli architetti progettano per sé sono dei luoghi perfetti in cui chi le ha progettate va perfettamente d'accordo con chi le abita: una sorta di abito su misura, quasi un calco di quanto si muove sotto la superficie di un pensiero che, giocando contemporaneamente più ruoli, ha dato loro quella forma . Qualcosa che la mia macchina può quasi scientificamente registrare, metà del mio lavoro già fatto.
Una passione che devo certamente a Casa Lina di Ridolfi, protagonista del mio primo portfolio, e che mi aveva appassionato al punto da studiare a lungo raccogliendo materiali per una tesi di laurea.
Prima di conoscere Afra e Tobia Scarpa sono entrata nella loro casa per fotografarla. Non si trattava di un lavoro per una rivista: era una sorta di prova a cui venivo sottoposta da un amico comune (curatore successivamente della monografia a loro dedicata), che era rimasto incuriosito dalle immagini del mio portfolio. La precisazione è sensata perché credo che la determinazione del grado di libertà di cui si gode in una precisa situazione influenzi decisamente le modalità e quindi il risultato del lavoro, specialmente quando l'inesperienza ci rende incerti.
Non ricordo con precisione la stagione, ma una vaga memoria di luci e odori mi restituisce le sensazioni di una mezza stagione, forse tarda estate. Ricordo l'arrivo, da una strada trafficata e capannoni in serie a un luogo che la sera si popolava di civette. Ricordo il silenzio, la sensazione di essere in una casa forte, piena di cose trovate , oppure inventate con un poco che diventa prezioso, tutto insieme come la magia di un sacchetto di biglie.
Ricordo la sensazione di essere qualcuno che venendo da fuori varca il limite di un'intimità, questo guardare con un tempo lungo ogni cosa, che quando non è un bambino a farlo ci si sente un po' in colpa.
Spero che le mie immagini conservino le tracce delle emozioni che ho provato. “Questa è la superficie. Pensa adesso – o meglio intuisci – che cosa c'è di là da essa, se questo è il suo aspetto” (Susan Sontag, Sulla Fotografia, Torino, Einaudi 1978)
A.C. 21.IX.06

pubblicato in Architetti Verona
n°76, anno XIV, luglio/ottobre 2006

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